Ghirba - Biosteria della Gabella

In.versione Clotinsky: alla Ghirba venerdì 13 gennaio un desert-drum/ break-pop, diretto e minimalista

A cura di Paolo Camellini

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“In.versione Clotinsky” sono Valeria e Valeria e sono voce chitarra e batteria. Ispirate da Clotinsky: un’idea, una persona, mondi altri, dal 2012 hanno autoprodotto tre album, l’ultimo dei quali è “Taxi” pubblicato qualche mese fa; e i loro brani minimal lo-fi costituiscono una sorta di diario sonoro in continuo divenire, rinnovabile e dinamico.
Appartengono alla fiorente scena indipendente italiana, hanno solcato i palchi di alcuni importanti festival di musica indipendente, dall’Handmade Festival a Musica Nelle Valli, condividendo lo stage con varie band ed artisti. Il loro è un desert-drum/ break-pop, diretto e minimalista, caratterizzato da un sound che richiama alla mente i capolavori dell’indie-rock statunitense di Violent Femmes e Beat Happening.

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Come ho letto dalla vostra “bio”, la vostra vita è stata piuttosto nomade. Come vi siete incontrate?
Valli: la verità è che non ci siamo mai incontrate, pur sentendo di conoscerci da sempre. Intendo dire che siamo diametralmente opposte. Diversissime. E poi, quando suoniamo assieme, capita che ci incontriamo per davvero; sentiamo che c’è una naturale sintonia, complicità e completezza, seppure vantiamo background musicali privi di alcun comune denominatore.
Ci siamo fisicamente incontrate all’Hana-Bi, io fedele frequentatrice da sempre, mentre la Vale, proprio per i diversi mondi in cui viveva, frequentava altri lidi. Poi finiti gli studi ha fatto la stagione estiva all’Hana-Bi e simpaticamente dava a me e le mie amichette, la Ste e la Len, tempestive soffiate dalla cucina sull’uscita delle pizzette del consueto appuntamento delle 18. Il famelico: “E’ iniziato l’happy hour!”

L’idea del duo è nata subito? Qual è il punto di vista sulle cose che ha ispirato il vostro nome e a scrivere canzoni?
Vale:
In.versione Clotinsky è un progetto esistente già dal 2011, risultato di una mia personale esigenza di dar sfogo e al contempo ordine ad un periodo di transizione; la fine degli studi, il ritorno al paese d’origine (dopo aver vissuto 3 anni in camper nella totale libertà) e la sospensione da ciò che fino ad allora era stata la mia grande passione, mi riferisco alla giocoleria. Ho sentito una naturale necessità di fissare e sfogare, come si fa in un diario segreto, il mio caos interiore e mi è venuto spontaneo farlo con la chitarra. “Taxi” (2016) è infatti il terzo disco pubblicato a nome In.versione Clotinsky, il primo “Casuality Causality” (2011) è un po’ rimasto un diario segreto appunto, in pochi ne sono conoscenza, cupo, introverso, ermetico, e cantato anche in italiano. Si distanzia molto sia dal secondo album “Il Capo Granchio” (2013) che dall’ultimo “Taxi”. Ma come dicevo per me i dischi sono un diario sonoro, in continuo divenire, rinnovabile, dinamico, ma sempre ispirati da Clotinsky, un’idea, un pensiero, mondi altri.
Dicevo che In.versione Clotinsky nasce non come un progetto musicale finalizzato ad essere tale, ma da una mia impellenza per ovviare all’implosione dei pensieri. Non sono molto brava con le parole, ma in questo caso si è strutturato tutto in maniera così spontanea e la Valli è stata mia fan della prima ora.

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Come dicevo il primo disco è noto a pochi, non era mia intenzione farlo ascoltare, avrebbe significato spogliarsi proprio, ma mi è successo che con la Valli gli intenti cupi iniziali con cui avevo iniziato si sono trasformati; mi ha detto di aver letto un sacco di cose in quel disco, mi ha voluto curare la grafica (è bravona a disegnare). Poi ci ha sentito anche cose e così è iniziato tutto. Con lei mi sono sentita a mio agio totalmente iniziando a vivere la musica in modo diverso, più con curiosità che per sfogo. La prima apparizione insieme è stata per gioco: ricordo che lei suonava una storica tastiera Bontempi e beveva Estathè nella cornice magica di Glue Clothings lo storico negozio di Mattia Pulini e di lì a breve ospiti di Glamorama di Fabio Merighi.

C’è un posto dove vorreste suonare e che non siete riuscite ancora a raggiungere?
Tutti e nessuno. Suonare davanti ad un pubblico che sai essere venuto lì per te, che nel tempo hai visto crescere e conoscere sempre più le tue canzoni, è una gioia che esula dalla mastodonticità del palco in cui suoni. Sono le persone a fare la differenza, l’attenzione che ti dedicano, i sorrisi, quel feedback di belle sensazioni che durante il live ti ricarica e ti permette di riversare a tua volta tutto il bello mentre suoni, insomma è un circolo vizioso di grande festa, stare bene, interazione dinamica e vivida.
Per noi suonare live è prima di tutto divertimento e condivisione, e ritrovarsi a partecipare a festival come il Musica Nelle Valli, l’Handmade Festival, il Tafuzzy Days e prossimamente a Inverno Fest al Covo, con gruppi che ami molto, beh è ancora più “wow!” O essere invitate a suonare in club storici o locali gestiti da musicisti che stimi, allora è ancora più wow del wow.
Abbiamo girato un po’ l’Italia e ogni volta è sempre più una scoperta e un arricchimento umano.

I dischi che ascoltate in questi giorni?
Vale: in questi giorni per via del freddo micidiale stiamo rispolverando ricordi estivi, io sto ascoltando l’ultimo di Ty Segall che mi riporta immediatamente al calore folle di giugno, Beaches Brew e Hana-Bi. Oppure ecco un altro ascolto è “Untitled Unmastered” di Kendrick Lamar, non lo conosco molto e sto approfondendo.
Valli: per lo stesso motivo di voglia d’estate, “Teens of Denial” di Car Seat Headrest. Inoltre sono reduce di una dannata influenza che mi ha forzatamente isolata dagli affetti, così ultimamente mi è capitato di consolarmi con ascolti legati ad amicizie ataviche e cullarmi con “Bleeders Digest” di Say Hi To Your Mom e “Away” degli Okkervil River.
Gli ascolti sono comunque sempre piuttosto vari e legati agli stati d’animo del momento, al di là delle nuove uscite e, spesso e volentieri legati a band amiche, mi gaso sempre un casino con gli Holiday Inn.

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