Ghirba - Biosteria della Gabella

Il progetto Morose prende vita in un caldo pomeriggio dell’Agosto ’98, con la registrazione casalinga di una cassetta omonima di lo-fi sgangherato per la neonata etichetta Ouzel Records.

Dopo numerosi cd-r, partecipazioni a compilation, e l’ep “Love is a swinde” pubblicato su vinile 7” dalla statunitense Try Not to look, nel 2003 arriva il primo disco: “La mia ragazza mi ha lasciato” (Cane Andaluso) che riceve un ottimo riscontro sulla stampa nazionale: “di una genuinità assoluta e bellezza conturbante [8]” (Blow Up), “stilosa canzone d’autore low-fi” (Rumore).

Il suono del gruppo, inizialmente riconducibile a band come Sebadoh e Black Heart Procession prima, poi progressivamente più vicino ad atmosfere in stile Labradford, Current 93 e Popol Vuh, si fa sempre più personale, lirico e desolato, passando da “People have ceased to ask me about you” (Suiteside, 2005), e “On the back of each day” (Suiteside, 2006), sino ad arrivare al quarto disco, “La vedova d’un uomo vivo” (Boring Machines, Shyrec, Ribéss e la francese Travelling Music, 2009), che segna il passaggio al cantato in italiano, e le cui influenze più evidenti sono, piuttosto, di matrice letteraria.

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All’ep “Dell’amore e dei suoi fallimenti” per la serie 5 pezzi facili (Under my bed, 2013), ha fatto seguito, a fine 2014, “La Bygone Era – The Ouzel Years”, una raccolta di registrazioni risalenti al periodo 1998-2004, dal giorno di fondazione del progetto all’uscita del primo disco, che sancisce il ritorno all’etichetta degli esordi.

Negli anni che l’hanno visto alle prese con le bassezze di questo mondo, il gruppo ha affiancato alle registrazioni una discreta attività live, suonando, oltre che in Italia, anche in Francia, Belgio, Lussemburgo, Inghilterra e Stati Uniti, dividendo il palco, tra gli altri, con The Microphones, Sin Ropas, Ant, Azure Ray, Baby Dee, Mi & l’Au, Okkervil River etc.

 

DICONO DI LORO

Rumore, Gennaio 2015:

“C’è stato un periodo, tra fine ’90 e primi 2000, in cui definirsi indipendenti aveva senso. Non significava mettere in fila qualche motivetto e pubblicare dischi tanto per, tant’è che in quegli anni uscirono una serie di gruppi che facevano poche parole, molti chilometri e album degni di tal nome. Tra questi c’è proprio la band spezzina, che ha cambiato spesso formazione: sono transitati ben dieci musicisti tra il ’98, in cui iniziarono, e il 2004, in cui finì la collaborazione con Ouzel. Due lustri dopo, proprio quell’etichetta ha pensato di fotografarne il percorso in 14 tracce, in cui ciascun componente compare almeno una volta. Un best tra rarità, inediti, canzoni pubblicate in compilation dell’epoca e la splendida Falling Aeroplanes, rilettura di una outtake rimasta in un cassetto” (8)

Rockerilla, Dicembre 2014:

“Dopo la separazione consensuale avvenuta dieci anni fa la Ouzel ha deciso di raccogliere quanto prodotto dalla band ligure (peraltro ancora attiva) nei suoi primi sei anni di vita sotto forma di brani usciti in passato su ep, rari sette pollici, compilation ed altro ancora. La quattordici tracce qui incluse sono una carrellata di istantanee dai colori deliziosamente malinconici, il testamento discografico di una formazione capace di coniugare fascinazioni folk con sussulti a bassa fedeltà. Senza troppe pretese i Morose ci ricordano come fosse possibile fare dell’ottima musica capace di conquistare con elegante inquietudine e naturale sofferenza dell’anima. Perché certa musica merita di sopravvivere ai colpi dell’oblio.”

Ondarock, Novembre 2014:

“I liguri Morose rappresentano un nostro piccolo vanto nazionale nell’ambito della scena indie più alternativa e sotterranea. Formatisi a Sarzana nell’estate del 1998 (in verità quando le scene lo-fi e post-rock internazionali stavano iniziando a decadere) da Mauro Costagli, Davide Landini e Michele Angelotti, con l’aiuto di un numero variabile di amici, i Morose riuscirono a conquistare sin da subito i consensi della critica e, soprattutto, la stima di autorevoli colleghi stranieri, Okkervil River e Microphones su tutti.

[…] La raccolta non è quindi da intendersi come un “best of” (del resto, qui è documentata solo la prima fase della loro carriera), ma come un buon veicolo per capire appieno l’evoluzione artistica di questo intraprendente gruppo spezzino. Loro sono “indie” nella accezione più nobile del termine e nulla hanno a che spartire con l’assoluta voglia di protagonismo riscontrabile in quasi tutti i gruppi “alternativi” italiani dell’ultima ora, che badano più al look e ai consensi popolari che all’arte.”