Ghirba - Biosteria della Gabella

Intervista di Paolo Camellini

Mèsico crea composizioni lineari e viscerali, ballads fatte di arpeggi di chitarra e tasti di pianoforte, melodie essenziali e dirette che si intrecciano con la voce. Dopo circa 7 anni dedicati al culto della musica elettronica e ambient più raffinata in compagnia del “socio” Luciano Ermondi, dopo aver solcato palchi in ogni dove con i Tempelhof, Paolo Mazzacani da vita al suo progetto più intimo e personale.

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Raccontami la genesi del tuo pseudonimo.

In realtà Mèsico è il soprannome della mia famiglia paterna. Se l’è “guadagnato” mio nonno per il semplice fatto di essere nato, all’inizio del novecento, sulla nave che riportava in Italia i suoi genitori con i fratelli più grandi, dopo molti anni passati da emigranti in Sudamerica. Letteralmente sta per Messico, ma pronunciato in dialetto lombardo, con una esse sola. La cosa divertente è che loro, in realtà, venivano dal Brasile, ma a quel tempo, nella campagna mantovana, un posto esotico valeva l’altro…

In una piccola città come Mantova, ti senti una mosca bianca a suonare sia musica acustica che elettronica?

No, in realtà ho sempre pensato che la musica che fai dipende dalla via compositiva che, di volta in volta, scegli, dagli strumenti che utilizzi, non esistono dicotomie così rigide, o almeno non per me. Esiste una personale sensibilità che necessita di essere tradotta in suono e un’urgenza che ti può spingere verso il sintetizzatore così come verso la chitarra acustica. Credo che una certa vena “malinconica” o “intimista”sia presente anche nei lavori dei Tempelhof anche se, ovviamente, lì siamo io e Luciano e il lavoro è frutto di confronto, influenza/stima reciproca e sintesi.

Come hai conosciuto i vari musicisti che suonano nel tuo disco, come Enrico Baraldi degli Ornaments o Stefano Pilia dei Massimo Volume?

Enrico lo conosco da tempo, anche se prima di lui ho conosciuto Isa, la sua compagna e “boss” di Independead Agency, che mi cura il booking e che è una persona meravigliosa, appassionata come poche altre. Enry, oltre essere un ottimo musicista, è fonico e produttore e, una sera di inizio anno, sono entrambi venuti a sentirmi suonare a Bologna. Aprivo per Gionata Mirai, che è un amico fraterno da vent’anni e che mi ha dato la possibilità di farmi sentire in giro, nonostante il progetto fosso piuttosto embrionale. Dopo il concerto ci siamo fermati a fare chiacchiere e mi hanno chiesto di spedirgli qualche demo. Poco dopo ci siamo risentiti e abbiamo pianificato le registrazioni dell’album a Bologna. E’ stato tutto piuttosto veloce, quasi inconsapevole, ma estremamente eccitante. Ho sentito da subito che erano le persone giuste con cui lavorare. E’ stato Enrico poi a mettermi in contatto con Stefano Pilia e a inviargli il pezzo in cui suona. Lo conoscevo di fama e l’avevo visto suonare con i Massimo Volume, restando veramente impressionato. Ci avevo fatto solo due chiacchiere al Vacuum Studio, abbastanza per capire che è una persona gentilissima. Ha fatto un lavoro incredibile, che adoro. Enrico mi ha poi messo in contatto anche con Daniele e Riccardo Rossi, entrambi musicisti pazzeschi. Con Gionata (Mirai, ndr), invece, è stato tipo: “Giò, ti va di farci qualcosa su sto’ pezzo?”. Ed è uscito Carribean Girl, che è una delle tracce che amo di più… ma non avevo alcun dubbio!

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Al di là delle evidenti influenze musicali di oltreoceano, quanto e come la tua musica viene ispirata dalla tua terra di origine?

Credo che l’amore/odio per questa terra, avvolgente al punto da essere soffocante, in qualche modo si senta. “Ballads from Fogland” descrive bene il mood del disco, ma non è opera mia, è di Isa!

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