Ghirba - Biosteria della Gabella

CINQUANTA FOTOGRAFI IN VIA ROMA PER FOTOGRAFIA EUROPEA – HOTEL LORENZ


Guido è uno stereotipo di italianità; è un ex contadino, ex soldato internato nella seconda guerra mondiale, poi ex operaio. Una suggestiva rievocazione della nipote videomaker, tra testimonianze storiche e ricordi personali. Le voci dei reduci veneti si intrecciano a momenti di vita vissuti dall’artista durante il suo periodo di residenza in via Roma.

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L’autrice del video, Sara Bonaventura, spiega il legame soggettivo fra questa storia e il contesto di via Roma: “Il titolo coniuga memorie personali e memorie storiche. Guido fu il nome di mio nonno, attorno al quale costruirò uno script per un mockumentary, ispirato anche dal termine gergale americano che designa gli immigrati italiani in modo dispregiativo. Mio nonno non è mai uscito dall’Italia se non come prigioniero di guerra. Ma è sempre stato difficile parlare di questa esperienza, vorrei provare a farlo ora, nel paradosso del suo silenzio. Mio nonno è scomparso quando vivevo in via Roma, precisamente a due settimane dal mio trasloco, ed è stato un momento molto traumatico”

Quale storia racconta la tua mostra?  

Il titolo è Guido’s. Guido fu il nome di mio nonno, attorno al quale costruirò uno script per un mockumentary; guidos è un termine gergale americano che designa gli immigrati italiani in modo dispregiativo. Mio nonno non hai mai varcato i confini italiani se non come prigioniero di guerra ed è sempre stato difficile parlare di questa esperienza; vorrei provare a farlo, nel paradosso del suo compiuto silenzio.

In che modo la tua opera si collega alla location scelta?

Non vivo più a Reggio Emilia e la location scelta è infatti un hotel. L’assenza sarà il cuore del progetto, il collegamento potenziale. Il legame è un intimo ricordo, legato al trapasso di una persona cara, mio nonno, scomparso quando vivevo in via Roma, a due settimane dal mio arrivo in città. Il progetto tratterà questioni legate ad una memoria storica di cui via Roma è un nume tutelare. Per ricordare la guerra, la fame, l’impotenza, i pregiudizi di ieri e la guerra, la fame, l’impotenza e i pregiudizi di oggi.

Via Roma può essere in qualche modo una finestra verso altri mondi?

Direi di sì. Via Roma è un raro esempio di meltin pot in pieno centro città, come una grande città multietnica dentro una piccola città, anche piuttosto provinciale. Qualcosa di raro che a volte ho associato a città metropolitane senza centro come Berlino ove ho vissuto. Passeggi per una via centrale, casualmente imbocchi via Roma e improvvisamente ti trovi immerso in un clima multietnico. Io ho sempre vissuto in periferia, ma in Veneto è raro trovare un quartiere simile in centro città, penso alla città che mi ha dato i natali, Treviso, di simile impianto cinquecentesco, ove è davvero improbabile trovare un quartiere così entro la cinta muraria.

Quali sono i luoghi a cui sei più legato?  

Sto per dire una gran banalità, ma essendo una pessima cuoca, in via Roma ho sempre trovato ottimi falafel, anche a ore improbabili. Poi c’è un dettaglio che non dimenticherò mai: una finta finestra, una finestra che dà su una corte interna e non su l’interno di una casa. L’ho vista la prima volta che sono arrivata a Reggio dalla stazione, all’incrocio di via Dante con via Roma. Ho sempre osservato quella finestra percorrendo infinite volte quella via, pensando fosse una metafora bellissima, interrogandomi sulla funzionalità del confine tra pubblico e privato, un confine che in via Roma spesso salta, spiazza, disorienta.

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 “Tutti i luoghi il luogo”: cosa ti ispira questa frase?

Forse quello che dicevo poc’anzi sulle città nella città. In un piccolo quartiere convivono così tante culture che spesso proprio questo mi ha salvato dal senso di frustrazione che sento in luoghi fortemente connotati in modo più omogeneo. “Tutti i luoghi il luogo” per me significa trovare l’omogeneità nell’eterogeneità. Significativo poi che in via Roma ciò avvenga dal basso e non per i piani urbanistici che troppo spesso sventrano i luoghi, dividendo non unendo… senza particolari riferimenti alla questione della toponomastica della piazza del Popol Giost, perché appunto non è questione di nomenklatura.

Qual è il tuo rapporto con la fotografia?

Ho un rapporto nostalgico con l’immagine. Nell‘impero della vista sento che le immagini non ci sono mai sfuggite come in questi anni. Anche per questo forse mi occupo di immagine in movimento. Ad ogni modo ho una reflex digitale e per il resto fotografo spesso in analogico, ossia pochissimo. Non amo molto la fotografia digitale e mal sopporto gli smartphone, figuriamoci le foto fatte coi cellulari. Non lo so, mi sembra sia rimasta la luce, ma non la grafia, il disegno, la scrittura, lo studio. Tutto ciò mi fa anche paura. Di questa luce a volte mi compiace l’immediatezza, ma trovo che spesso abbagli senza illuminare, mostri troppo anziché mostrare ciò che non si vede.

Qual è il tuo fotografo di riferimento?

Fatico sempre a citare un unico riferimento, amo differire, allora ho pensato ad una citazione molto essenziale di una delle fotografe che più ammiro, Lisette Model, We photograph not only what we know, but also what we don’t know.

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Sara Bonaventura è storica dell’arte e visual artist. Attiva come videomaker indipendente; ha collaborato con musicisti e performers, oscillando fra animazioni frame by frame, stop motion, videodanza. Ama interpolare tecniche diverse di animazione, found footage e girato reale. Con i suoi video autoprodotti ha partecipato a festivals italiani e stranieri.

FOTOGRAFIA EUROPEA IN VIA ROMA