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CINQUANTA FOTOGRAFI IN VIA ROMA PER FOTOGRAFIA EUROPEA – HOTEL CITY


“Camere oscure” di Martina Civardi parla di giovani ragazze sole e fragili, chiuse nelle loro stanza in compagnia delle loro paure. La fotografa ha voluto affrontare il tema della depressione, apatia, malinconia. L’oscurità del titolo del progetto richiama infatti l’oscurità del loro animo. Le foto, oltre che dal tema, sono accomunate dalla scelta dei soggetti: quasi tutte ragazze dai capelli castano scuri e fisicamente esili.  Alcune foto sono autoritratti.

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Qual è il tuo rapporto con la fotografia?

La fotografia è una compagna di vita e le devo moltissimo. Mi ha da sempre tenuto compagnia, e mi ha aiutato a distrarmi e a sfogarmi nei momenti più tristi. Mi ha insegnato a vedere il mondo in maniera diversa, scoprendo aspetti sempre nuovi. Mi ha permesso di mentire, a me stessa e agli altri. Tagliando fuori dall’inquadratura ciò che non voglio che venga mostrato e incorniciando ciò che io ritengo importante. Mi aiuta a raccontare me stessa al mondo, oltre a farmi scoprire ogni giorno lati caratteriali che non sapevo di avere. Questo progetto fotografico è nato in un momento della mia vita in cui, a causa di molti cambiamenti, mi sono ritrovata ad essere spesso sola e malinconica. Fotografarmi e fotografare ragazza in questa condizione di apatia mi ha permesso di vedermi con occhi nuovi e ritrovare la forza di affrontare ogni giornata.

Ci racconti la tua esperienza da fotografa?

La mia prima memoria fotografica risale ai tempi della scuola elementare. Usavo una macchina fotografica usa e getta solo durante le gite scolastiche. Poi ho avuto una Polaroid per immortalare gli amici che mi venivano a trovare a casa. Di seguito una compatta digitale, per poi chiedere una Canon EOS 1000D come regalo dei diciotto anni. A ruota una serie di fotocamere Lomography. Una Zenit, una Praktica MTL5, comprata ad un mercatino dell’usato, e così via. Pian piano che conquistavo consapevolezza, cambiavo mezzo. Ma il salto più grande è stato quello dal digitale all’analogico. Mi sono avvicinata all’analogico circa due anni fa. Volevo imparare ad usare una vecchia macchina fotografica ereditata da un nonno. C’è voluto poco per rendermi conto di quanto il tutto fosse magico. Dall’oggetto di per sé, più vecchio di me. Rovinato, con i suoi rumori e la sua bellezza nostalgica. Ora sto realizzando alcuni progetti personali e ho come obiettivo futuro quello di entrare alla Bauer di Milano per fare una biennale di fotografia.

Cosa ti piace fotografare, di solito?

Mi piace creare con la forma umana, giocare con i corpi. Ma ancora di più mi piace immergere i soggetti negli ambienti che li circondano. I miei ritratti sono soprattutto una commistione di luoghi e persone. A volte è la persona è passiva e sovrastata dall’ambiente, altre volte invece il soggetto a predominare sul paesaggio. Molto spesso però si amalgamano alla perfezione. La maggior parte delle ispirazioni, infatti, mi vengono studiando la location.

Dal punto di vista tecnico, quali strumenti utilizzi?

Per il progetto ho utilizzato una Konica T3 e una Nikon F-401

Qual è il tuo fotografo di riferimento?

Spesso quando sono al computer mi piace passare il tempo a osservare i nuovi scatti dei miei contatti Flickr. Seguo molti giovani fotografi e credo che ognuno di loro mi abbia influenzato nel dare forma al mio stile. Ogni foto ha qualcosa che mi cattura. La posa del soggetto, la luce, la grana, l’ambientazione. Guardandole si depositano dentro di me e riemergono inconsciamente quando devo scattare una foto, suggerendomi qualcosa. Lo stesso vale per i fotografi più conosciuti e affermati, amo molto le fotografie di Francesca Woodman e di Nan Goldin.

Martina Civardi

Martina Civardi è nata a Milano nel 1992, laureanda in Comunicazione, Media e Pubblicità all’università IULM di Milano. Fotografa autodidatta ora ha in progetto di frequentare un corso biennale di fotografia alla scuola Bauer di Milano.

FOTOGRAFIA EUROPEA IN VIA ROMA