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CINQUANTA FOTOGRAFI IN VIA ROMA PER FOTOGRAFIA EUROPEA – VIA ROMA 30


Realitie”  diGian Maria Annovi è una serie di fotografie digitali di piccolo formato  e bassa risoluzione realizzate con la fotocamera di un telefono cellulare. Dettagli di un paesaggio urbano frantumato e ricomposto poeticamente, le immagini si contrappongono alla pervasiva soggettività stereotipata del selfie, in un gesto che rovescia lo sguardo dal sé alla realtà.

La location offerta da Marco Appiotti in via Roma 30 – tre pianerottoli collegati da una scala interna in un palazzo del centro – permette una fruizione alternativa e anti-momentale dell’opera. Il percorso a piani della mostra, inoltre, offre la possibilità di creare un percorso simbolico all’interno della serie di fotografie. Non ultimo, il ridotto spazio di movimento degli spettatori contribuisce ad aumenta l’interazione collettiva, che si oppone alla fruizione individuale implicita nel mezzo digitale impiegato per la realizzazione delle opere.

A cosa ti fa pensare il titolo dell’iniziativa di via Roma per Fotografia Europea, “Tutti i luoghi il luogo”?

A uno spazio di balbuzie mentale.

Quale storia racconta la tua mostra?

Le mie fotografie non raccontano nessuna storia, intesa in senso narrativo, ma parlano d’istanti poetici, momenti d’inconsistenza soggettiva, catturati con un mezzo prosaico come la fotocamera di un telefono cellulare. Ho voluto contrappore i dettagli di un paesaggio urbano a bassa definizione, scevro di ogni presenza umana, all’egolatria pervasiva e stereotipata del selfie, in cui il mondo non è che lo sfocato fondale di un io ipertrofico. Il formato scelto per le fotografie, 3.5 x 3.5cm, imita la visualizzazione da schermo, ma impedisce la pratica di scorrimento veloce dell’occhio. La dimensione ridotta delle opere richiede infatti una visione necessariamente attenta, una lentezza dell’occhio cui non siamo più abituati.

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In che modo la tua opera si collega alla location scelta, o al concept di Fotografia Europea “Effetto Terra”?

I tre pianerottoli collegati da una scala interna in un palazzo del centro storico permettono una fruizione alternativa e dinamica, che amplia la componente anti-monumentale delle mie fotografie. Uso la bassa risoluzione e il formato minuscolo per proporre un approccio alla fotografia alternativo rispetto a quella galleria. Collocare queste fotografia fatte con il cellulare in una location pseudo-domestica opera infatti una deterritorializzazione del mezzo e pone domande sulla sua legittimità artistica. Lo spazio ridotto dell’ambiente diminuisce anche la possibilità di movimento degli spettatori contribuendo così ad aumentare la possibilità d’interazione collettiva – lo scambio interpersonale – che si oppone alla fruizione individuale implicita nel mezzo digitale che ho impiegato.

Via Roma può essere in qualche modo una finestra verso altri mondi?

Solo se la finestra viene aperta davanti a occhi che sanno guardare e non solo vedere.

Quali sono i luoghi a cui sei più legato?

Sono luoghi geograficamente e simbolicamente opposti. Le colline e la campagna della zona pedecollinare reggiana, che permettono ancora d’immaginare un’altra Emilia, e le strade meno trafficate di New York, quelle dei terreni abbandonati, del parcheggi isolati, delle grandi ombre sui muri scrostati.

Qual è il tuo rapporto con la fotografia?

È una forma alternativa al linguaggio verbale, una protesi della lingua che permette di arrivare dove la parola si trova in un vicolo cieco.

Ci racconti la tua esperienza da fotografo?

Questa è la prima volta che espongo le mie fotografie in pubblico. Non ho una formazione tradizione e sono arrivato alla fotografia dal basso. Letteralmente. Fotografando esclusivamente ombre sul pavimento. In fondo la fotografia mi sembra proprio questo: il gesto che coglie l’ombra di qualcosa prima che scompaia. Mi considero ancora un infans dell’immagine: sto imparando a parlare.

Dal punto di vista tecnico, quali strumenti utilizzi?

Per questa mostra ho scelto di esporre solo immagini fatte con la fotocamera di un cellulare, ma ovviamente fotografo anche con mezzi più tradizionali, nonostante l’approccio sia molto differente. Uscire con la macchina fotografica è come partire per un safari: l’esterno diventa una savana nella quale si cercano prede. Alla caccia, ultimamente, preferisco l’incontro casuale e inaspettato, anche se a volte a fissarci sono gli occhi di un predatore.

Qual è il tuo fotografo di riferimento?

Da Bresson a Ghirri, da Kertesz a Fontana non è difficile indicare dei maestri dello sguardo. Più difficile è capire cosa siano i maestri e quali siano i riferimenti nell’era di Instagram.

Gian Maria Annovi - Foto di Dino Ignani copyright

Gian Maria Annovi insegna letteratura italiana alla USC – University of Southern California di Los Angeles. Poeta, traduttore e critico letterario, è autore di studi sulla neoavanguardia e l’opera di Pier Paolo Pasolini. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche a partire dal 1998, l’ultima, intitolata La scolta (nottetempo, 2013), ha vinto il premio Marazza per la giovane poesia. Questa è la sua prima mostra fotografica.

 FOTOGRAFIA EUROPEA IN VIA ROMA