Ghirba - Biosteria della Gabella

CINQUANTA FOTOGRAFI IN VIA ROMA PER FOTOGRAFIA EUROPEA

Ogni oggetto ha una storia: porta in sé tracce del passato e assorbe la vita presente di chi lo possiede. A volte viene trasferito in una nuova terra e diventa memoria attualizzata nel presente di un nuovo contesto. Ma, agli occhi di chi lo guarda e ne ignora i reali significati, questa storia viene “frullata”, decomposta e ricomposta in forme nuove.

Il percorso comprende fotografie digitali e solarplate di oggetti appartenenti ad alcuni abitanti di via Roma, accompagnati da un’installazione audio. Gli artisti hanno percorso questa strada nella consapevolezza che tutte le storie possibili hanno le radici in una sola grande terra.

Quale storia racconta la vostra mostra?

Innanzitutto sottolineiamo che la mostra è il frutto di una collaborazione tra due autori diversi per storia e per metodi e stili espressivi ma in sintonia sul modo di approcciare il tema di Fotografia Europea. Dal confronto è nata una mostra che racconta di tante storie, o meglio, tante storie di tanti oggetti. Un oggetto nasce e per chi lo compra ha un significato ben preciso. Se viene portato in una nuova terra e quindi si sposta con il proprietario, si viene a trovare in un contesto nuovo per entrambi ed inevitabilmente acquista valenze diverse anche per chi lo possiede. Forse – anzi probabilmente – di legame con la terra d’origine, di lunga radice che prende energia da un luogo ormai lontano, di sentimenti di tristezza per la lontananza dai propri cari. Ma questo oggetto, nel nuovo luogo di appartenenza, assume valenze molto più complesse perché viene vissuto anche da tante altre persone che hanno culture, provenienze, storie diverse. Così esso, se da una parte conserva un significato ancora preciso per il proprietario, ne assume di inaspettate e fantastiche da parte delle altre persone con cui viene a contatto. La vita di un oggetto viene “frullata”, decomposta e ricomposta in forme nuove, spesso sorprendenti.

Abbiamo provato a percorrere questa strada con alcuni oggetti o suggestioni che persone venute ad abitare a Reggio ci hanno affidato e raccontato. Un po’ persi in questo viaggio ormai decontestualizzato che proponiamo con la nostra mostra, invitiamo i visitatori ad immaginarsi la loro “storia” di questi oggetti. Ci abbiamo provato anche noi e, accanto alle immagini originali, sono nate nuove composizioni e nuovi racconti. Solo alcuni dei tanti possibili.

corano

In che modo la vostra opera si collega alla location scelta, o al concept di Fotografia Europea “Effetto Terra”?

Gli oggetti che riproponiamo raccontano storie di una terra che spesso si è dovuto abbandonare: emergono racconti di viaggio, di affetti e tradizioni lasciate. Sono statuette, bottiglie, quadri, icone, bandiere provenienti da terre lontane e appartenenti a nuclei famigliari, a persone separate da tangibili distanze ma unite da una comune memoria. Per noi, “Effetto Terra” non rimanda solo alla semplice corposità della terra, ma soprattutto ci parla della fatica che si fa nel lasciarla e della fatica di reinserirsi in un nuovo contesto. Ma i pochissimi oggetti che queste persone sono riuscite a portare con sé parlano e raccontano storie diverse a secondo delle persone con cui interagiscono. Tutte ugualmente vere perché vissute sulla nostra comune terra.

Via Roma può essere in qualche modo una finestra verso altri mondi?

Certamente, e le nostre interviste agli abitanti di via Roma lo dimostrano. Nei racconti trapela l’incredibile universalità del pensiero che accomuna tutti nonostante le differenze culturali siano ben marcate. Ascoltando, emerge un importantissimo comune denominatore caratterizzato dagli affetti, dalle emozioni, dalle nostalgie per le origini, tutti elementi che ci rendono uguali nonostante le diversità.  Conoscersi meglio, forse anche solo conoscerci un po’ di più significa abbatte le barriere, sconfigge la diffidenza, vincere le paure.

Ci raccontate la vostra esperienza da artisti?

Direi che la nostra esperienza legata a questa specifica collaborazione ci ha portato al superamento della fotografia in quanto tale. Non solo perché Elena non fa fotografie (anzi, le fa ma non le espone, ameno per ora) ma soprattutto perché ci siamo resi conto che la valenza degli oggetti fotografati andava ben oltre a quella di una loro possibile riproposizione in fotografia. Ci è piaciuto conoscere nuove persone, dialogare con loro, creare piccole intimità. Per questo nella mostra abbiamo man mano aggiunto nuovi mezzi espressivi: le elaborazioni di Elena, i racconti delle persone che ci hanno affidato questi oggetti, le storie rielaborare da amici che si sono sentiti coinvolti nel progetto, la performance che darà un significato ancora più “universale” (se possiamo usare questo termine) alla proposizione di questi oggetti . Creeremo un ambiente un po’ più raccolto in una delle due stanze che ci ospiteranno e speriamo che i visitatori  diano anche il loro contributo. Quindi: fotografia? Quale fotografia?

Dal punto di vista tecnico, quali strumenti utilizzate?

Avendo lavorato in coppia con scelte di mezzi artistici diversi, abbiamo utilizziamo vari “strumenti”: macchine fotografiche analogiche ma anche fotografia digitale e reflex. Elena ha poi sperimentato nuove strade per l’incisione. Alcuni scatti sono stati rielaborati con la tecnica del solarplate o semplicemente uniti alla litografia o alla più attuale tecnica collografica. Abbiamo registrato, pulito e cucito senza stravolgere mai il senso originale. Abbiamo fatto scrivere e “recitare” storie. Ci piace sfidare e collaudare l’unione di tecniche tradizionali e contemporanee senza porre troppi confini le une con le altre. Quindi tanti mezzi, non necessariamente con “alte” conoscenze tecniche specifiche.

bandiera

Qual è il vostro fotografo di riferimento?

Proprio perché abbiamo storie diverse anche i fotografi sono diversi. Li mescoliamo: Emmet Gowin, Gabriele Basilico, Paola De Pietri, Francesca Woodman, Luigi Ghirri, Edward Hopper. Edward Hopper? Sì, non è un fotografo ma non possiamo non citarlo tra i nostri punti di riferimento!

Elena Viappiani nasce a Reggio Emilia, si diploma all’Accademia di belle Arti di Bologna dove collabora con lo studio grafico “M. Leoni – D. Whitman”. Collabora con il Centro Loris Malaguzzi e il laboratorio grafico “Mavida” di Reggio Emilia.  Attualmente esplora nuove tecniche dell’incisione.

Pierluigi Sgarbi è laureato al DAMS, ha all’attivo varie mostre fotografiche. Si occupa di organizzazione di eventi artistico-culturali.

www.quellochenonho2014.wordpress.com

Giorni e orari: 15/5 ore 19-23, 16/5 ore 11-23 (ore 19performance “Viaggio verticale” di Sonia Menichelli), 17/5 ore 11-20, 22/5 ore 19-22, 23/5 ore 11-21, 24/5 ore 11-20.