Ghirba - Biosteria della Gabella

A cura di Paolo Camellini

Venerdì 8 agosto la Ghirba chiude la stagione con un grande concerto: a partire dalle 21.30 saranno con noi i Comaneci, un duo romagnolo che ha girato l’Italia e l’Europa in lungo e in largo; Francesca pure gli Stati Uniti. Dopo 3 album, 3 ep, split, collaborazioni con gruppi italiani e stranieri, l’intensità della loro musica non smette mai di stupire. Soprattutto dal vivo.

Abbiamo intervistato Glauco Salvo (chitarra, banjo, lap steel) e ci ha parlato di Romagna, Sardegna e gusti di gelato: è proprio ora di andare in ferie, con la musica dei Comaneci nelle orecchie.

C’è qualche caratteristica della vostra terra romagnola che pensate si senta nel vostro modo di suonare e la vostra musica?

Sicuramente. C’è un’alternanza un po’ schizofrenica tra l’euforia estiva e la nebbia che ci avvolge durante l’inverno, che si potrebbe ritrovare anche nel nostro immaginario ora popolato da insetti ora improvvisamente da paesaggi vuoti. E poi si dice che i romagnoli siano diretti e veraci, e a noi piace molto questa cosa: abbiamo una cosa da dirvi e ve la diciamo, senza ricamarci tanto sopra. Anche per questo parte del nostro repertorio è composto da brani che difficilmente superano la durata di un minuto.

comaneci

Un luogo dove siete stati in cui avete pensato: “Quasi quasi mi trasferisco qui..”

In questo siamo molto fortunati. Viaggiamo tanto e abbiamo la possibilità di vivere aspetti dei luoghi che i turisti non vedono. C’è un circuito di amici che ci accoglie magnificamente quando siamo in tour. È tutto molto rapido – arrivi, scarichi gli strumenti, mangi, suoni, dormi… – ma in poche ore ti puoi fare un’idea di quello che succede in quel posto, della scena musicale, di come potrebbe essere vivere lì. Su tutti, direi tre posti: il Portogallo, la Bosnia e la Sardegna.

In Sardegna, da un po’ di anni, andate in estate per un progetto didattico…

È un laboratorio di musica che si tiene in un piccolo paese in provincia di Oristano, Seneghe, in occasione del Festival di poesia “Cabudanne de sos poetas” (settembre dei poeti). Da quattro anni lavoriamo insieme ai ragazzi del paese e dei dintorni sull’idea di una musica che non si basa sulla prestazione “atletica” di chi la suona ma su un modo di ascoltare più profondo, e un modo di dialogare con il paesaggio sonoro più consapevole. Per noi e per loro è un’occasione unica, in cui si può suonare insieme, farsi domande nuove, provare a cercare qualche risposta e creare insieme una piccola grande orchestra in cui non ci sono primi violini e star del rockenrol, ma solo dieci, quindici, venti persone che suonano insieme. Ogni anno l’orchestra si esibisce durante il primo giorno di festival e anche chi non ha mai suonato riesce ad avere la sua parte.

Riuscite a vivere di musica?

In parte sì. Io ho anche altri progetti musicali (da solo con Of rivers and trains e insieme a Giovanni Succi) e lavoro con il collettivo video Lele Marcojanni come autore della parte musicale. Francesca lavora anche con il teatro insieme agli Ortographe, suona con gli Amycanbe e fa altri lavori che le lasciano la libertà di andare in giro a suonare.

Se devo cercare un problema, però, forse il principale non è se riusciamo a portare a casa uno stipendio più o meno dignitoso, ma quante persone ascoltano la musica, quante la considerano una cosa importante e un nutrimento per la loro esistenza, quanta curiosità c’è di ascoltare e scoprire cose nuove diverse da X-factor.

Potete definire la vostra musica… con tre gusti di gelato?

Coppetta da due euro, tutto limone.

chiasso