Ghirba - Biosteria della Gabella

Qual è il tuo rapporto con la fotografia?
Sono videomaker, ma per me il cinema è sempre stato un’estensione dell’immagine fotografica. Mi piace lavorare su tutto ciò che svela il trucco, ossia che il cinema non è immagine in movimento, ma un susseguirsi di immagini. L’immagine non si muove. Il movimento è nella percezione. Detto questo, tornando all’immagine fotografica nello specifico, forse ne sottolineerei l’ibrido di oggettività e soggettività. Di conseguenza credo di cercare soggetti che rendano possibile oggettivare una qualità soggettiva. L’inglese in questo senso svela qualcosa nella parola frame, che è sia contenuto che cornice, in altre parole, sia il mondo di fronte a me sia cosa scelgo io di quel mondo. Nel mio lavoro c’è molto analogico. Tutto ciò che faccio è sempre una paradossale tensione tra mani e occhi, mani che frantumano, scompongono e ricompongono attraverso occhi che tengono tutto insieme. Fare dell’occhio una mano significa tenere insieme caso e progettazione. “Porre l’occhio sotto il controllo del tatto” (Tatlin)

Ci racconti la tua storia da fotografa?
Ho lavorato in una galleria specializzata in fotografia a Berlino, dove ho amato molto il Bauhaus e ho scoperto molti fotografi, ho archiviato foto vintage a partire dagli anni venti del XX secolo e ho assistito in laboratorio di sviluppo. Come dicevo però sono videomaker, perché ritengo che l’audiovideo permetta di ibridare diverse arti visive che amo, parossisticamente anche in un singolo frame.

Dal punto di vista tecnico, quali strumenti utilizzi?
A secondo dei contesti utilizzo varie strumentazioni, da vecchi VHS a nuove telecamere HD, attraverso macchine fotografiche reflex digitali, videocamere a infrarossi, webcam ecc. ho usato anche super 8; purtroppo però per ora l’analogico permea più i processi che i supporti (la pellicola rimane un sogno)

Qual è il tuo fotografo di riferimento?
Fatico sempre a citare dei riferimenti univoci. Potrei dire che una delle mie prime scoperte in campo fotografico è stata Diane Arbus, dopo aver visitato una piccola mostra quando ero al liceo. Nel mondo dell’immagine in movimento solitamente faccio dei riferimenti alla stop motion dell’Est Europa perché ancora troppo obliata, la grande scuola di Praga (Trnka, Svankmajer, Chytilova), l’animazione russa (Yuri Norstein) e polacca (Walerian Borowczyk, Jan Lenica). Dovrei citare anche molti registi sperimentali americani e canadesi (Mekas, Harry Smith, Maya Deren, Stan Brakhage, Norman McLaren); ma come dicevo, più riferimenti ho, più ne cerco. Credo sia la bulimia tipica dell’autodidatta.

Quale “storia” racconta il tuo progetto?
Ancora non lo so esattamente. L’unica cosa che ho subito associato ad un hotel è il voyeurismo e quindi l’occhio. Da sempre lavoro sulla meta-visione e sono affascinata dagli occhi. Ho pensato di collezionare gli occhi di chi alberga e vive nell’hotel e chi vi passerà solo in quest’occasione. Ciò che lega i miei lavori, piuttosto eterodossi, è il processo, per questo non lavoro con storyboard che lo uccidono, cercando di lasciare uno spazio di astrazione. Intendo l’astrazione non come opposto al figurativo o al narrativo, ma come spazio per libere interpretazioni. Non c’è narrazione quindi nel mio progetto, non ancora per lo meno. Ma anche l’anti-racconto è un racconto. Vedremo. La storia è a posteriori. E spesso andrebbe letta al contrario. Per questo ho pensato anche di lavorare col suono, col dialetto arsave, dialetto reggiano al contrario. L’ho associato alla pupilla poiché, come sappiamo, per la rifrazione dei raggi luminosi che entrano nell’occhio, le immagini degli oggetti esterni si formano sulla retina capovolte. Il senso si costruirà a partire dalla relazione con chi vi alberga e con chi vi transiterà e troverà una forma sedimentandosi in un video a cui sto già lavorando.

Come interpreti il tema di Fotografia Europea, “Vedere. Uno sguardo infinito”?
L’idea era lavorare su una continuità di sguardi, ripensando alla pupilla come un buco fra esterno e interno, coerente in fondo con il tema di questa nostra rassegna off, questo con-fine che divide e unisce. Per questo ho pensato ad un hotel, un (non)luogo ricco proprio per la sua non specificità, fatto di attraversamenti. Volevo montare in video una raccolta di questi occhi che abiteranno l’albergo. Dei semplici close up sul loro iride, facendo passare un filo invisibile attraverso le loro pupille.

Può la fotografia aiutare a “sentirsi a casa”?
Credo sia una questione molto relativa. Relativo il fotografare e relativo il sentirsi a casa. Ma in questa relazione ho intravisto un potenziale. Relativo significa scelto. Ho radici aeree e fatico a sentirmi a casa, forse rifuggo sempre la casa e anche per questo ho scelto questo quartiere in cui molta gente transita, sosta e poi svanisce senza lasciare traccia.
Forse il potenziale che ho intravisto è proprio il lasciare una traccia in un non-luogo per antonomasia, un hotel, dove quel prefisso privativo si capovolga e diventi condizione di ospitalità, di apertura. Io non ci sarò nei giorni della rassegna, per una serie di contingenze sarò nomade a Berlino, per questo non posso accogliere nella mia vicinissima dimora. Ma credo nell’aleatorietà, nell’apertura di senso, come ho già dichiarato. Spesso dico che il caso non è mai a caso. Per me accoglienza ha sempre significato scoperta. Scoperta del mondo. Chi fotografa conosce Susan Sontag, ma in fondo la conosciamo tutti noi: «la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini. Collezionare fotografie è collezionare il mondo»

“La mia foto è la tua foto”: cosa ti ispira questa frase?
Questa frase mi è piaciuta da subito e l’ho reinterpretata nel mio titolo. Spesso gioco con le parole nei miei lavori; dove il gioco ironico può condurre al non-sense, altre volte dischiude nuovo senso. è una frase che quasi implode e si annulla se pensata come un palindromo concettuale dove si perde ogni senso di appartenenza, quindi anche di autorialità; oppure può esplodere in un senso più espanso, come se l’autore in se stesso non sia più da intendersi come identità ma come differenza che si dona e accoglie varie identità. Come un effetto Droste che ipnotizza, creando un’illusione di profondità in cui si può fluttuare ma anche cadere.

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